Avrei voluto affrontare questioni minime, su questo blog, ma mi sento invece di parlare di questioni assai più importanti, come il matrimonio e la visione che ne hanno i politici e i religiosi cattolici.
Si dice, si ripete, si scrive ovunque: la famiglia è la cellula fondante della società. Sarà vero? Io non ne sono poi così sicuro. Una società è disgregata, annullata, distrutta, quando non c’è più da mangiare, da bere, da curarsi. Una società non c’è più quando una madre deve abbandonare un figlio per andare a cercare da mangiare. Una società non c’è più quando una persona viene reclusa, torturata, uccisa senza processo, senza motivo, solo a seguito di un’illazione. In uno stato nel quale le persone fossero libere di muoversi e di esprimersi, non rischiassero la morte per inedia, malattia o solitudine, sarebbe una “non-società”? Non credo. Allora: valore fondante della società è la garanzia di condizioni di vita minima dignitosa per tutti. Credo ci siano pochi stati sulla terra che possono vantarsi di corrispondere a questa (personalissima) visione, volendo anche escludere i casi di certi stati centrafricani di oggi o sudamericani di qualche anno fa ai quali pensavo cogli esempi precedenti.
La famiglia, per come viene sottintesa, dovrebbe essere composta da un maschio adulto, una femmina adulta e un numero variabile di figli da uno fino a oltre la decina. Tradizionalmente, si dice, l’uomo lavora fuori casa (procura il cibo), la donna trasforma il cibo procurato, amministra la casa e alleva i figli. Visone schematica, certo. Oggi non è più così. Entrambi i coniugi lavorano, anche l’uomo è in grado di cucinare, far funzionare la lavatrice, allevare i figli, allattarli addirittura. E la donna ha dimostrato nei fatti che può fare (e fa) qualsiasi lavoro che fino a ieri era eminentemente maschile.
La famiglia parrebbe funzionale ad una società agricola: l’uomo coltiva, la moglie trasforma. Con l’era industiale e l’economia di mercato le persone non sono più centri di produzione ma di consumo. Il lavoro che fa lui può essere fatto anche da lei e viceversa. I bambini devono essere affidati ai nonni o a strutture apposite o a baby-sitter. Il matrimonio aveva, un tempo, grande valore commerciale: era importante la dote, il patrimonio, le disponibilità delle famiglie. Potevano tranquillamente non amarsi i due giovani, si sarebbero conosciuti e amati in seguito, l’affetto sarebbe venuto col tempo. Oggi ci si sposa solo se profondamente innamorati (o apparentemente), si fa una scelta di amore e di fedeltà che deve durare tutta la vita. I figli rappresentavano una ricchezza: avere braccia da lavoro che potevano essere mandate a servizio, che potevano aiutare in casa era una gran cosa. Avere femmine era (ed è, nei paesi prevalentemente agricoli in via di sviluppo) una sciagura. Per capire ancor meglio le differenze tra il matrimonio di un tempo e quello di oggi, o meglio le differenze della società, dirò che il reato di violenza carnale era sì punito, ma solo quando si “danneggiava” una vergine. Se questa ambiva a farsi sposare dal violento tutto rientrava. Se no, il violento doveva pagare ed al massimo era bandito dal paese. Un altro dato interessante lo ha fornito (involontariamente) uno studio genetico su una serie di famiglie nella Francia meridionale. Esaminando e incrociando le analisi del sangue di diverse famiglie i ricercatori hanno scoperto che il 20% dei figli nati in famiglia hanno un padre diverso da quello che dovrebbe essere legittimamente (anche qui, purtroppo, non ho pezze d’appoggio).
Un antropologo, infine, qualche giorno fa alla radio, spiegava di quanto la “forma” del matrimonio fosse cambiata nel tempo e nei luoghi. Da quello più “rigoroso” dei coltivatori a quello più “allargato” dei pastori: l’uomo per seguire il gregge sta via mesi e la donna, in paese, ha un marito sostituitivo, che l’aiuta e la veglia, per cui anche il titolare ne è contento (non so più in che paese e in che tempo questo avveniva, ma non mi stupisce). Pure i grandi viaggiatori sono responsabili del rimescolamento genetico che abbiamo al mondo.
Insomma: nella parola matrimonio, famiglia, risedono i significati più disparati. Chi pensa che il matrimonio sia quello rappresentato nei sussidiari, con la moglie intenta a badare alla casa, babbo in poltrona, tornato allora dall’onesto lavor e i figlioletti che giocano (no, in questo caso ‘giuocano’), come sempre generalizzando, si sbaglia. Aggiungiamo ancora che di tanti matrimoni celebrati moltissimi (non saprei in percentuale) non arrivano all’anno. Tanti anche negli anni seguenti e, supponiamo, molti continuano tra mille difficoltà.
Al di là dei DICO e delle polemiche seguenti, direi che politici e religiosi, visto che sono coloro i quali per motivi imperscrutabili ci tengono di più, si diano da fare per capire bene qual è la vera forma della famiglia oggi, se è la famiglia la cellula fondamentale, se forse non sarebbe tempo di occuparsi di precariato, di scuola, di asili, di televisione, di inquinamento, di diritti all’informazione. L’ho già detto in altro post: il problema della famiglia è cosa seria, va bene. Ma se la famiglia in questione è quella di un danaroso capo d’industria o di banca, non è la stessa cosa che una famiglia di un cassintegrato di Vibo Valentia, vi pare?
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