lunedì 26 marzo 2007

osterie di una volta...

A Carcare, dove vivo, c’era una trattoria che era per me la preferita: "Da Beppe, tavola calda". Oddio, la gente, gli amici, guardavano quel posto con circospezione, per non dire con sospetto. Le tendine, gli arredi, i vetri e il servizio non erano quelli dell’Excelsior. Ma a me piaceva proprio per questo. Si prenotava, per cena, perchè era una questione di cortesia prenotare, per non arrivare all’improvviso. Ma se anche si fosse arrivati in 4 o 5 dopo un primo attimo di imbarazzo si sarebbe ugualmente trovato posto. Il locale, basso e antico, era (ed è) ad un passo dal pontino che è il simbolo di Carcare. Una vetrata con una tendina ingiallita riparava da sguardi indiscreti gli avventori. In esposizione c’era uno di quei banchi frigoriferi con ampia vetrata, di quelli usati nei negozi da rosticciere per esporre le pietanze. Riposavano, in questa teca, affettati, formaggi, pesci in carpione. Due cose erano avvenute per cui il locale era diventato mitico: era stato visto un gatto dentro la vetrina che ragionava se addentare formaggio o pesce e un’altra volta dalle tendine era spuntata una mano che brandiva una paletta per le mosche: aveva fatto giustizia sommaria di una squadriglia che stanziava oramai da troppo tempo in vetrina, e si era repentinamente ritirata, lasciando le carcasse al suolo, ovvero sul fondo del banco frigo. Non è detto che queste cose siano successe per davvero, ma davano al locale un’aura misteriosa ed epica che non sfigurava col resto. Superato un corridoio buio si entrava in un vestibolo adornato di un paio di tavolini con regolare tovaglia a quadroni, stufa a legna perline di pino alle pareti. Mi pare di ricordare anche lo sguardo attonito di qualche martora o furetto imbalsamati appesi sul muro. Oltre a questo vestibolo (zona riservata agli abitueè del locale, ai giochi di carte, ai discorsi di politica), oltre un arco a tutto sesto imbiancato, c’era la vera sala da pranzo: due tavoli più lunghi, il soffitto basso, fotografie ingiallite alle pareti ritraevano cantate posteriori a mangiate e bevute luculliane. In primo piano un figuro alzava il bicchiere con le fauci spalancate, mostrando la desolazione di un unico dente. Altri ridevano. Su foto vicine si esibivano funghi epici, cinghiali, galli che fumavano, pupazzi di neve colossali. Ci si sedeva ed in breve arrivava Beppe con la sigaretta accesa. Faceva un sommo elenco di quel che c’era (grossomodo pasta, ravioli, braciole, salsiccia, pollo, insalata, patate) e del vino disponibile: dolcetto o barbera. Mentre illustrava si fermava a considerare il piatto vuoto sul vostro tavolo. Stupito lo prendeva in mano, si spostava un po’ più sotto il neon, lo grattava appena con l’unghia, sorrideva soddisfatto e lo rimetteva in tavola. Prendeva gli ordini, spariva e a breve tornava per farti assaggiare una pancetta di un suo amico, un salame di un altro, una formaggetta di una sua parente. E intanto I ravioli cuocevano. Al momento del conto Beppe si imbarazzava pure un po’: "Eh, cari ragazzi, mi tocca chiedervi 11.000 lire perchè avete preso il barbera…" (parliamo di tempi nei quali in pizzeria si spendevano ALMENO 20-25.000 lire).
Io ci andavo con vera gioia, in questo locale. Non NONOSTANTE non fosse pulito alla perfezione, ma proprio perchè non lo era, proprio perchè era a misura d’uomo, casalingo e antico come mi meritavo che fosse il locale dei miei "sogni". Era una "piola" un "osto" all’antica. Una sera il padrone mi aveva detto di aver scoperto che quel locale era là perlomeno dal ‘700. Ma forse anche da prima. Ma adesso era costretto a chiudere. Un po’ per l’età e un po’ perchè per adeguarlo alle nuove norme sarebbe stata una spesa esagerata. E ora non c’è più. Al suo posto (o meglio, di fronte) hanno aperto un ristorante molto bello dove, si dice, si mangia benissimo: elegante, ordinato, dove a buon patto si pranza degnamente. Ma io, nonostante tutto, preferivo quell’altro.
Infine vorrei augurarmi di trovare un altro locale come "Da Beppe" in Valle Bormida, per fare questo ho bisogno di visitarne molti con una degna compagnia. Ebbene, il mio amico specialista di gastronomia e varie altre cose ha un contrattempo, appena lo avrà risolto ci metteremo in caccia… Vi faremo sapere!

1 commento:

andrea ha detto...

Molto "pittoresco", complimenti per il testo.

Un locale così ti fa sentire un po' a casa, meglio di quelli troppo legati all'etichetta per non parlare di Mac Donald's e simili.

Io ho preso il giro della Valle Verde di Dego, oramai si sono abituati alla mia frase di ingresso "C'è posto per un pellegrino ?" .

Vado lì perchè l'ambiente è accogliente e tranquillo e la pizza è buona, basta e avanza.