
Il film racconta una vicenda abbastanza semplice, incentrata sui rapporti esistenti o interrotti di una tribù di quelle che tanto piacciono a questo regista (v. "Le fate ignoranti"). Evento centrale è la morte improvvisa per cause naturali del giovane protagonista. Intorno a quello maturano pensieri, debolezze, propositi, bilanci personali. Gli attori sono efficaci: giovani, belli e in carriera, con l’eccezione di Fantastichini, della cospicua signora colorata (alter ego di Ozpetek), forse di Ambra, che interpreta una tossicodipendente, messa in brutale confronto con l’infermiera Milena Vukotic, efficace, bravissima.
Il film è piacevole, commovente. Fa pensare a molte cose: a chi resta dopo la morte, alla vita di coppia, alle famiglie allargate e allungate, all’omosessualità, alla "nuova" tossicodipendenza, pulita e dalla faccia rispettabile. Le inquadrature sono ben studiate, non troppo banali. Alcune trovate rendono tutta la storia più fruibile (la matrigna a Fantastichini: "Anche lei è gay?" "No, io sono all’antica, io sono frocio!").
Però (prima o poi c’è sempre un però…) non riesco a riconoscere il mondo come lo vede Ferzan. Sarebbe bello, si, ma non è così. Voglio dire che nelle sue storie succede che quando il protagonista è triste, depresso, abbattuto, va, e si rifugia nella sua casa di campagna vista mare, nella villa con la piscina inutile (è inverno) dove ricordare tempi migliori. E infatti quando uno è un po’ triste cosa c’è di meglio che crogiolarsi nella vaga tristezza, in una comoda villa, con tanto di servitù (magari, non è questo il caso…). Una delle cose tristi, quando ti manca il partner, è che la vita continua, e uno se ne accorge proprio nelle maledette incombenze quotidiane, e non si ha il tempo (o le possiblità) di andare in villa.
Anche sul tema dell’omosessualità vale la pena ripetere una cosa che ho già detto: il vero problema sono, come al solito, i soldi. Dolce e Gabbana sono accettati da tutti, posso sposarsi, adottare una famiglia intera, cambiare casa cento volte. Possono e basta. Un mio amico che lavora in vetreria è tollerato, tutt’al più. Non può neppure pensare di andare a convivere: il paese è piccolo e la gente…
Allora, Ferzan, quali sono i termini del problema?
Il film è piacevole, commovente. Fa pensare a molte cose: a chi resta dopo la morte, alla vita di coppia, alle famiglie allargate e allungate, all’omosessualità, alla "nuova" tossicodipendenza, pulita e dalla faccia rispettabile. Le inquadrature sono ben studiate, non troppo banali. Alcune trovate rendono tutta la storia più fruibile (la matrigna a Fantastichini: "Anche lei è gay?" "No, io sono all’antica, io sono frocio!").
Però (prima o poi c’è sempre un però…) non riesco a riconoscere il mondo come lo vede Ferzan. Sarebbe bello, si, ma non è così. Voglio dire che nelle sue storie succede che quando il protagonista è triste, depresso, abbattuto, va, e si rifugia nella sua casa di campagna vista mare, nella villa con la piscina inutile (è inverno) dove ricordare tempi migliori. E infatti quando uno è un po’ triste cosa c’è di meglio che crogiolarsi nella vaga tristezza, in una comoda villa, con tanto di servitù (magari, non è questo il caso…). Una delle cose tristi, quando ti manca il partner, è che la vita continua, e uno se ne accorge proprio nelle maledette incombenze quotidiane, e non si ha il tempo (o le possiblità) di andare in villa.
Anche sul tema dell’omosessualità vale la pena ripetere una cosa che ho già detto: il vero problema sono, come al solito, i soldi. Dolce e Gabbana sono accettati da tutti, posso sposarsi, adottare una famiglia intera, cambiare casa cento volte. Possono e basta. Un mio amico che lavora in vetreria è tollerato, tutt’al più. Non può neppure pensare di andare a convivere: il paese è piccolo e la gente…
Allora, Ferzan, quali sono i termini del problema?
2 commenti:
Anche io ho visto, di recente, "Saturno contro" ed ho fatto più o meno lo stesso commento. Il mondo di Ozpetek è un mondo patinato, dove si narra per il gusto di narrare. E dove le scene, le ambientazioni hanno il predominio. Insomma, un gusto estetico che toglie qualcosa al contenuto. Mi pareva molto meglio equilibrato, il gioco estetica-contenuto, in un film come il "Bagno turco". E' poi vero, comunque, che la realtà dei rapporti, così come l'omosessualità, sono cose ben differenti. Non so quanto un film del genere aiuti nel prendere consapevolezza dei disagi (accettazione sociale, diritti etc...) legati alla sfera sessuale. Resta comunque un buon passatempo questo nuovo film di Ferzan.
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