TFR

Io pensavo: “Se mettono su tutta ‘sta faccenda si vede che è proprio meglio darsi da fare per trovare vie diverse d’investimento, si vede che non si può più garantire niente sulla liquidazione, si vede che non è più al sicuro”. E invece no. Si poteva scegliere (fino a qualche giorno fa) dove mettere ‘sti 4 soldi: lasciare in azienda, in fondo contrattato con sindacati etc., in fondo di assicurazione privata.
Mi sono chiesto solo una cosa: come mai c’è la pubblicità della seconda e terza scelta e (quasi) nessuno consiglia la prima? Buffo, no? Se ci sono 3 scelte perché solo due sono consigliate vivamente da ariticoli, pagine, interviste, servizi tv, e la prima no? Si vede che la prima, ho pensato, è terribilmente svantaggiosa, tanto da non esser presa neppure in considerazione. Eppure…
Se lascio i soldi in azienda questi sono garantiti dall’INPS. Posso cambiare idea quando voglio. Se vengo licenziato o mi licenzio dopo un po’ di tempo me li danno. In tutti gli altri casi NO!!
Non solo: io verso una certa quota in azienda. Se l’azienda deve decidere di lasciare a casa personale è meglio che cominci da quelli che hanno versato la quota “fuori”, su fondi diversi che non devono essere ridati al lavoratore.
Quali garanzie ho circa i miei soldi investiti in un fondo “studiato” apposta dagli assicuratori, dalle banche, dalle finanziarie? Non lo so.
Tutte queste cose simpatiche da sapere sono nel libro qui rappresentato: “La pensione tradita” di Beppe Scienza (si chiama Beppe ma non è un beppe qualunque: ha titolo per parlare, lo si cerchi su un motore di ricerca…). Ma la cosa che più mi imbarazza, tutte le volte che scopro queste cose, è vedere come e quanto i giornalisti non facciano sufficientemente il loro mestiere. Mi pare di aver appreso più cose da un breve articolo di Enrico Oliveri sul mensile L’Alta Val Bormida che da Stampa o Secolo o peggio ancora in TV…
In ogni caso io ho trovato una soluzione ancor migliore di queste tre e perfettamente legale, anzi, a dire il vero me l’hanno trovata i commissari fallimentari della ditta nella quale lavoro: hanno portato tutto dal giudice Giorgi che ha fatto per bene tutti conti, secondo legge, e mi (ci) ha liquidato con un bell’assegno. Risolto il problema del TFR dei miei primi anni di lavoro. Diversamente ero sicuro di non vederlo.
2 commenti:
E' logico: per lo Stato non era conveniente la prima scelta, inutile spendere soldi per pubblicizzare un'alternativa che non avrebbe fruttato nulla, lasciando la situazione esattamente com'era...
Quando il datore di lavoro mi ha consegnato i moduli, ha fatto un'uscita che mi ha dato da pensare: perché non mettono una quota direttamente in busta paga invece di accantonarlo attraverso l'Inps? in questo modo il lavoratore l'ha già adesso senza aspettare la pensione, se li mette o investe dove vuole e si eliminano tutti i problemi...
A parte questo e tutti i discorsi di convenienza nel lasciarlo o meno in ditta ed investirlo altrove, la cosa che mi ha convinto a non cambiare, è stata questa: perché la scelta di destinarlo in fondo contratto o assicurazione privata è definitiva e non si può tornare indietro, mentre entro due anni dalla decisione di lasciarla in ditta posso cambiare idea?
Altro fatto: si può chiedere l'anticipo del TFR (fino al 70%, se non ricordo male) dopo 8 anni dall'assunzione per l'acquisto della prima casa. Ora, se il tfr è "in mano" al datore di lavoro, mi sembra che sia più facile ottenerlo, che non iniziare un iter burocratico attraverso gli enti e assicurazioni private a cui si è deciso di destinare il tfr... poi, chissà... vista la "novità" di questa legge bisogna vedere se chi di dovere sa come muoversi e cosa fare...
Io comincio a pensare che chi ci progetta certi trucchetti, certi pasticci, continui a sottovalutarci, continui a pensare che siamo una massa di pecore mute e idiote.
E invece ogni tanto hanno una brutta sorpresa: la gente non s'è dimenticata di ragionare.
Brava Lory, hai scritto cose sacrosante!!
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