
Ho quasi finito un libro di cui vorrei parlare, ho visto un film, ieri sera, che si potrebbe, in qualche modo, mettere in relazione col libro. Il volume è pubblicato da Einaudi, 2007, l’autore è Vincenzo Rabito, il titolo è “Terra matta”. Il film, di cui non ricordo né l’anno, né il regista, si chiama: “Vento di terra”. Nei due titoli, faccio notare, c’è la parola “terra”.
Il libro
Un bel giorno, Vincenzo Rabito, uomo siciliano, semplice cavatore con la 5° elementare, si chiude nella sua camera e comincia a battere a macchina la storia della sua vita. Non ricordo quante pagine riesce a tritare nel suo italiano stento e pieno di imperfezioni ortografiche e di dialetto. Ha attraversato il secolo superando guerre, epidemie, totalitarismi, fatiche fisiche estreme, ed è lì a mettere in fila lettere, separate assurdamente, ognuna da un punto e virgola. E scrive proprio come un contadino ara la terra: senza sprecare il foglio/campo, attento a non lasciare incolto troppo margine. Non so più quanti anni ci ha messo, Vincenzo, a scrivere tutto. Mi par di vederlo, con gli occhiali sulla punta del naso, un tasto alla volta. Poi prender confidenza e diventar più rapido. In qualche modo pure divertendosi, con il piacere fisico della Olivetti Lettera 35. Tlak-tlak. In casa saranno impazziti. Un qualche nipote, alla fine, prende il malloppo e spedisce a Pieve Santo Stefano, presso l’archivio diaristico nazionale. Rabito vince il primo premio dell’annuale concorso. Lo vince postumo perché nel frattempo è spirato. Einaudi lo scopre e lo pubblica. Se non è un successo poco ci manca…
Il racconto è avvincente. Si fatica a seguire il filo, si fatica a capire, talvolta ho dovuto rileggere. Eppure ci si diverte a seguire la narrazione. Alcuni dei nostri nonni non sapevano scrivere, ma quasi tutti sapevano raccontare: erano cresciuti col racconto, con la favola, con le veglie la sera.
Il film
Del film so pochissimo. La trama: Secondigliano (NA) anni ’90. Il giovane e la sua famiglia (padre madre sorella) sopravvivono dignitosamente nel degrado noto della periferia napoletana. Si succedono (come se non bastasse) varie disgrazie. Per resistere, per sopravvivere, il giovane può scegliere se diventare un delinquente o partire volontario a fare il soldato. Deve comprare casa, accetta perciò di andare in missione in Kossovo. Finalmente madre e sorella sistemate, ottiene il trasferimento a Napoli e conosce un fanciulla. In tempo per ammalarsi di quel che è seguito all’uranio impoverito. Fine.
Il film è crudo, senza commenti, senza concessioni sentimentali di sorta. Si prova vero malessere, nausea, tristezza. Si ha la percezione dell’ingiustizia continua, come un basso lontano, ininterrotta.
Le due opere in qualche modo si parlano: la storia dei non potenti si ripete nel tempo, a distanza di 80-90 anni. Allora, Vincenzo senza lavoro, accetta qualsiasi mestiere per aiutare in casa. Oggi, il giovane di Secondigliano, fa la stessa cosa. Altri come Vincenzo, nel 1915, morivano per cause diverse legate alla guerra, ma anche all’ottusità di ufficiali, crudeltà di generali, tiri sbagliati della “nostra” aritiglieria. Oggi un giovane di Secondigliano muore a causa dell’uranio impoverito. E lo Stato nega. Ha negato…
Più di 80 anni son passati. Quanto sono cambiate le cose?
Il libro
Un bel giorno, Vincenzo Rabito, uomo siciliano, semplice cavatore con la 5° elementare, si chiude nella sua camera e comincia a battere a macchina la storia della sua vita. Non ricordo quante pagine riesce a tritare nel suo italiano stento e pieno di imperfezioni ortografiche e di dialetto. Ha attraversato il secolo superando guerre, epidemie, totalitarismi, fatiche fisiche estreme, ed è lì a mettere in fila lettere, separate assurdamente, ognuna da un punto e virgola. E scrive proprio come un contadino ara la terra: senza sprecare il foglio/campo, attento a non lasciare incolto troppo margine. Non so più quanti anni ci ha messo, Vincenzo, a scrivere tutto. Mi par di vederlo, con gli occhiali sulla punta del naso, un tasto alla volta. Poi prender confidenza e diventar più rapido. In qualche modo pure divertendosi, con il piacere fisico della Olivetti Lettera 35. Tlak-tlak. In casa saranno impazziti. Un qualche nipote, alla fine, prende il malloppo e spedisce a Pieve Santo Stefano, presso l’archivio diaristico nazionale. Rabito vince il primo premio dell’annuale concorso. Lo vince postumo perché nel frattempo è spirato. Einaudi lo scopre e lo pubblica. Se non è un successo poco ci manca…
Il racconto è avvincente. Si fatica a seguire il filo, si fatica a capire, talvolta ho dovuto rileggere. Eppure ci si diverte a seguire la narrazione. Alcuni dei nostri nonni non sapevano scrivere, ma quasi tutti sapevano raccontare: erano cresciuti col racconto, con la favola, con le veglie la sera.
Il film
Del film so pochissimo. La trama: Secondigliano (NA) anni ’90. Il giovane e la sua famiglia (padre madre sorella) sopravvivono dignitosamente nel degrado noto della periferia napoletana. Si succedono (come se non bastasse) varie disgrazie. Per resistere, per sopravvivere, il giovane può scegliere se diventare un delinquente o partire volontario a fare il soldato. Deve comprare casa, accetta perciò di andare in missione in Kossovo. Finalmente madre e sorella sistemate, ottiene il trasferimento a Napoli e conosce un fanciulla. In tempo per ammalarsi di quel che è seguito all’uranio impoverito. Fine.
Il film è crudo, senza commenti, senza concessioni sentimentali di sorta. Si prova vero malessere, nausea, tristezza. Si ha la percezione dell’ingiustizia continua, come un basso lontano, ininterrotta.
Le due opere in qualche modo si parlano: la storia dei non potenti si ripete nel tempo, a distanza di 80-90 anni. Allora, Vincenzo senza lavoro, accetta qualsiasi mestiere per aiutare in casa. Oggi, il giovane di Secondigliano, fa la stessa cosa. Altri come Vincenzo, nel 1915, morivano per cause diverse legate alla guerra, ma anche all’ottusità di ufficiali, crudeltà di generali, tiri sbagliati della “nostra” aritiglieria. Oggi un giovane di Secondigliano muore a causa dell’uranio impoverito. E lo Stato nega. Ha negato…
Più di 80 anni son passati. Quanto sono cambiate le cose?
3 commenti:
Credo nel Destino da quando avevo 10 anni, quando nell'orto di mia nonna ho salvato una farfalla intrappolata nella ragnatela: l'ho liberata dalle grinfie del ragno, poi lei ha svolazzato felice per un paio di minuti, si è posata su un muro dove non si è accorta di una lucertola in agguato...
Brutta cosa quando non puoi dire che la colpa è della natura o del destino avverso, che il colpevole ha un nome e cognome, e se non ce l'ha, è perché è un qualcosa di più "grande" e contiene più persone per lo più sedute su comode poltrone...
Non capisco: i due paragrafi mi sembrano quasi in contraddizione. Quando hai tempo e voglia dilungati e spiegami.
A presto
Veramente era la giornata dell'ermetismo, e quando mi capita non capisco me stessa, figuriamoci se riesco a farmi capire dagli altri... La faccenda è presto detta: se una lucertola mangia una farfalla appena salvata dal ragno è la Natura, se muoio in guerra la colpa è:
a) del destino;
b) di chi mi spara;
c) dello Stato che mi ci ha mandato...
Posta un commento