La prima volta che ho sentito parlare di lega credo sia stato la fine degli anni ’80. Erano un gruppo di giovanotti che si riconoscevano in una bandiera in cui era rappresentato il leone di San Marco. Assomigliavano molto a dei tifosi di una squadra di calcio e il loro senso di appartenenza proveniva dal fatto che si ritrovavano e riconoscevano veneti fuori di casa. Eravamo infatti a Napoli, durante il servizio militare.
Provavo simpatia per loro: non erano particolarmente violenti o superbi. Avevano legato (appunto) tra loro, stabilendo così un confine non tracciato tra il resto del mondo e la “lega”. Non accadeva nulla di particolare, non erano un’associazione a delinquere, non si facevano particolari favori (non più di quelli che si facevano tra amici) e guardavano ai “terroni” con una certa indulgenza, talvolta pure con simpatia o amicizia.
Insomma: era il fatto di appartenere al Veneto che li faceva veneti, non tanto quel che erano o non erano tutti gli altri.
La Lega Lombarda (come movimento politico) era già nata nel 1982, e la Lega Nord, come partito e coordinamento tra le varie leghe (lombarda e veneta innanzi tutto) è del 1991. Sono quindi 26 anni che i suoi dirigenti (Bossi, storico leader insieme ad altri) predicano la secessione del nord e la Repubblica Lombarda. Di strada oggettivamente ne è stata fatta e bisogna riconoscere alla Lega di aver portato all’attenzione di politici e costituzionalisti la possibilità di una diversa suddivisione dell’Italia: macroregioni, federalismo o perlomeno federalismo fiscale. Tutti argomenti “nuovi”. D’altro canto il fatto che un movimento politico tenda a usare una certa violenza verbale o gestuale minacciando secessioni da 26 anni è una cosa che muove al sorriso.
Le istanze di base, originarie della Lega erano pure comprensibili, talvolta condivisibili. Si trattava, se non ricordo male, di riconoscere la bontà delle proprie radici, tradizioni, produzioni caratterstiche. Non tanto per rivendicare una certa superiorità del nord, quanto per ridare una dignità alla gente comune, dopo che l’uragano consumistico aveva cominciato a distruggere con violenza modelli e consorzi umani formati nei secoli. Dagli anni sessanta cominciano ad essere diffusi modelli e comportamenti imposti e voluti dai media. La vita si complica ed è necessario avere un auto, una moto, un frigorifero, una lavatrice. È indispensabile saper parlare bene in italiano, tanto che il dialetto viene oppresso: ai figli, da quegli anni, si parlerà italiano, per abituarli fin da subito alla lingua nazionale, per non patire discriminazioni. Il cibo, dopo tanti anni di fame e dieta sempre uguale, diventa cibo straniero, inusuale e perciò migliore del cibo “nostrano”. Si compra tutto nelle botteghe, anzi: nei supermercati, dove si celebra il definitivo tramonto di un epoca e il sorgere della nuova era industriale e distributiva: le famiglie cessano di essere centri di produzione e diventano solo più centri di consumo. Molti autori si sono occupati di questa trasformazione, della perdita di dignità che si nascondeva dietro ad un formaggio col marchio famoso, dietro all’esigenza dell’auto, dietro alle parole ricercate e “giuste”, dietro alla forma e ai contenuti di abitazioni sempre più lontane dalle esigenze abitative reali, ma coerenti con il disegno superiore e comune di una produzione su larga scala delle case, dei mobili, degli arredi.
La Lega arriva quindi ultima a occuparsi di questa perdita di dignità, dopo che alcuni hanno individuato l’avversario contro cui lottare nel capitalismo selvaggio, nell’anarchia di mercato e nelle conseguenti trasformazioni delle masse (recentemente mi vengono in mente Pasolini o Vittorini, ma già prima se n’era parlato). La Lega sa di essere popolare, di dover essere popolare, per questo non può seguire ragionamenti troppo complessi ed elaborati. Ha bisogno di sillogismi immediati, rapidi e soddisfacenti. Ha bisogno di identificare un nemico. E comincia col sud, col sud in genere, cavalcando quel razzismo che aveva tanto sèguito proprio a partire dagli anni sessanta, dalle grandi migrazioni nelle fabbriche del nord. Il nemico è al sud, succhia le nostre tasse, non fa nulla, noi lavoriamo e lui gongola (su questo argomento sarebbe interessante raccogliere tutte le cose che si dicevano nei riguardi dei “terroni”, cose che ricordo bene anch’io: sporchi, puzzolenti, pieni di figli, ladri, mercanti di droga, facili al coltello, incapaci, tra qualche anno saranno tutti di loro… e che oggi, pari pari, si dicono di africani o asiatici). Nel giro di qualche anno il nemico si è spostato. “Roma ladrona” è diventato uno degli slogan più gettonati, anche se a Roma, adesso, ci sono seduti proprio loro. In effetti il “nemico” è diventato l’extracomunitario, oppure anche il comunitario ma di chiara provenienza zigana, come se rumeno fosse uguale a rom… In ogni caso da lombarda è diventata Lega Nord per rimanere Lega e basta.
In ogni caso la Lega si fa portatrice e rappresentante di questo diritto al riconoscimento di un certo orgoglio delle proprie tradizioni, usi, costumi e linguaggi. Noi del nord, sembra dire, abbiamo radici antiche e nobili: lavoro, fatica, onestà, pulizia, libera impresa, rettitudine morale. Noi del nord non siamo donnicciole, meno che mai omosessuali, pigri, banali impiegatucci frustrati. Noi siamo sani e forti, lavoratori irsuti e muscolosi dalle indubitabili virtù sessuali (“Celodurismo”). Siamo un popolo generato da un territorio fertile e ricco che noi stessi, con il nostro lavoro, avremmo potuto trasformare in un Eden, se non fosse per qualche disturbatore (politico romano, terrone, extracomunitario).
Negli anni la Lega ha dovuto allora costruire una serie di miti e leggende, di rituali, atti a dimostrare che questo popolo generato dal territorio esiste, che il nord Italia, la Pianura Padana, sono un ente territoriale preciso e storicamente identificabile. Era indispensabile per dare coerenza ad un progetto politico e sociale.
Ed è stato il primo, grande errore.
Poiché la padania non esiste, perché il dialetto non è una lingua, perché la gente che vive nell’Italia settentrionale deriva da incroci di persone provenienti da una larga parte del mondo, come tutti. Perché il Po non è una divinità in cui si possano riconoscere gli abitanti del nord Italia (oltre a non essere, di fatto, una divinità), perché l’acqua raccolta alle falde del Monviso e liberata nel delta è un bel rito, molto spettacolare, ma vuoto di senso.
È vero invece che bisognava difendere la dignità delle persone dall’assalto frontale del comunismo di stato e dal capitalismo spietato prima, dal mercato anarchico oggi.
Un esempio:
Mia zia. ha molti anni, da sempre fa la contadina. Quando la vado a trovare mi offre cibo e caffè, poi mi invita a seguirla nella stalla, dove mi mostra le vacche e il vitellino ultimo nato. È orgogliosa, felice di avere un vitellino così bello nella stalla.
Poi passo a salutare suo figlio, che abita poco lontano. È molto gentile anche lui. Dopo il caffè mi invita in garage e mi mostra una lussuosissima auto lucida, tanto reclamizzata in tv. Ne è orgoglioso. Prima di andar via chiacchiero con sua figlia, la quale mi mostra l’ultimo modello di telefonino: una scatoletta colorata capace di fare cose di cui si può fare a meno.
Essere orgogliosi della propria vacca o della propria auto? Si capisce l'abisso che divide le due visioni?
Non critico la persona o l’automobile, critico un sistema economico che ci vuole proni, passivi di fronte al mangime che ci viene confezionato e consegnato senza che ci colga neppure il dubbio di poter scegliere. Aumenta la percezione di libertà (puoi scegliere il modello di auto o il piano tariffario telefonico che preferisci, ma non puoi fare a meno dell’auto o del telefonino) ma diminuisce la possibilità di scegliere.
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